Voce della Luna


ANCORA PUBBLICAZIONI DAL SORATTE:
Febbraio 9, 2009, 10:03 am
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  1. 1876-2006 Don Mariano de Carolis, nel 130° anno della sua nascita, Roma 2006, pp. 9 ssg. (a cura dui Francesco Zozi). Mariano fu parroco a sant’Oreste; nato a sant’Oreste il 15/9/1976, in via Umberto I n°22, che allora si chiamava via di Piazza Porta Valle. Il padre sor pio De Carolis, fervente risorgimentalista , era stato con coraggio carbonaro a Roma.

Già nel 1848 c’era stato un segno all’unità d’Italia, quando i cannoncini difensivi di Porta Costa furono inviati a Roma ai repubblicani di Mazzini.

Tra i tanti problemi che si affacciavano e che erano le avvisaglie di un mondo che cambiava e che cercava di scuotersi da anni di vassallaggio, quello dell’acqua era il più urgente e primordiale. Don Mariano ne visse gli ultimi momenti, ma ci ha raccontato attraverso le ricerche, le vicende anteriori.

I vari progetti del padre Secchi e l’affidarsi ai cercatori denotano un bisogno estremo ed una vita di sacrifici e di stenti. Il cisternone, costruito nel 1880, poteva sopperire alle necessità solo per pochi mesi. Per un certo periodo prestò servizio in Vaticano , ma il 6 settembre 1905 fu nominato parroco a Sant’Oreste. Il paese continuava ad essere assillato da gravi problemi e non molto era cambiato da quando lo aveva lasciato. Le strade interne erano state restaurate alla fine del 1800 ma necessitavano di continue manutenzione. Il colonnello Orazio Moroni, diede impulso ad alcune realizzazioni. Infatti nel 1907 fu costruito il muraglione fuori Porta Valle che andava a bonificare tutta la zona proprio nei pressi della Porta principale;nel 1909 fondò il “circolo giovanile Cattolico di Sant’Edisto”, aggregato alla Gioventù cattolica Italiana.

Nell’anno 1910 in preparazione della festa del patrono scrisse il suo primo volumetto componendo la novena e diede inizio alla celebrazione di una solenne funzione nella sera della vigilia della festa, con l’addobbo della Colleggiata e la luminata come si usava per la festa di san Nonnoso.

“ Don Mariano: l’impegno sociale di un povero ricco” a (cura di Oreste Malatesta.)pp. 23 ssg

b)L’uomo. La lettura dei suoi libri mi ha messo subito in sintonia con la sua personalità; con cui ha due cose in comune: La prima è che sono nato nella stessa casa di via Umbrrto I (forse nella stessa stanza) in cui è nato don Mariano. L’altra cosa in comune è la fede in Gesù Cristo Risorto trasmessa a noi dai nostri genitori (tradizione) secondo quella forma d’insegnamento in cui entrambi ci siamo trovati a vivere ed alla quale da adulti abbiamo aderito liberamente e cordialmente. Don Mariano,ha dovuto lasciare sant’Oreste a causa del fallimento della cassa rurale “ Sacra Famiglia”, l’opera più significativa del suo impegno sociale. Per capire la grandezza dell’uomo non tanto del prete bisogna ricordare che don Mariano, figlio di una ricca famiglia di sant’Oreste fu nominato parroco di questo paese nel 1905, ove suo padre Sor Pio liberale e patriota antipapalino, faceva il farmacista. Per i De Carolis il figlio Arciprete non fu considerata una devianza, ma significò da buoni liberali, un incremento del prestigio familiare, se non anche di un certo potere nel paese. In effetti al giovane sacerdote fu riservata un’accoglienza degna di un principe.

Una pubblicazione apparsa nel 1920 intitolata “ Azione sociale= Religione di un sacerdote, in “Nel primo decennio dell’istituzione della cassa rurale Sacra Famiglia” in Sant’Oreste, è importante perché evidenzia la grandezza di don Mariano,: la sua grandezza affondava le radici nella grande tradizione del cattolicesimo sociale, ricco d’iniziativa di solidarietà a favore dei contadini e degli operai. Egli. Abbandonando le sue origini borghesi ed impegnando i suoi beni e le sue energie aderì a quel movimento popolare favorito dalla chiesa (sulla scia della Rerum Novarum di Leone XIII) si proponeva di ridare dignità al popolo italiano, umiliato, depauperato e depredato dai governi liberali. Insomma per Don Mariano De Carolis “ la fede senza le opere è morta.”

Lo sfruttatore ( cura di Filippo Maria Sordini Lanfranchi) p. 29 ssg.. Con questo epiteto un oratore definì Don Mariano. “ Ebbene non mi dispiace l’idea : io la raccolgo. Presenterò in questo articolo l’immagine o il carattere, lo dirò apertamente di un sfruttatore assai originale, nella personalità veneranda dell’arciprete che da 15 anni soffre combatte e prega, milite e pastore; in mezzo a voi. Ed è davvero uno strano sfruttatore costui ! Da quando egli è qui non ha fatto che fare il bene. Non ha fatto piangere nessuno, che io sappia, mentre più di uno ha fatto piangere lui. Egli ha restaurato, arricchito e assicurato le varie chiese del paese, cominciando dalla Colleggiata di san Lorenzo martire e la chiesa di santa Maria, di san Biagio, di san Nicola e l’oratorio della Madonella ed il vetusto tempietto sito nel cimitero.

c)Boari Ortolani Giorgio , Don Mariano “giornalista”.

Tra le numerose attività svolte da don Mariano De Carolis, parroco,educatore predicatore, ricercatore, un posto speciale spetta alla sua collaborazione giornalistica con diverse testate, religiose e laiche, resa nel corso della storia.

Tra i quotidiani che pubblicarono gli scritti di don Mariano, a cominciare dall’osservatore romano all’Avvenire d’Italia, dal corriere d’italia a Roma fascista, e in tempi meno lontani dal Popolo al Tempo, al messaggero, per non dire dei piccoli periodici pastorali parrocchiali e territoriali, sui quali produsse doviziose narrazioni in ambito ecclesiologico e agiografico- Don Mariano non fu autore di articoli di cronaca bensì “fu un giornalista –scrittore di terza pagina, la pagina riservata alla comunicazione culturale e all’approfondimento storico-critico degli studi di ricerca.

d)Lazzari, G., Ghjarì, bbutta gghjò ‘A gghjave ( Chiaretta butta giù la chiave), grammatica della parlara santorestese con un ‘antologia di racconti in dialetto di Augusto Placidi detto Mazzone e glossario dialettale a cura di Luigi Cimarra., Sant’Oreste 2005, pp.9 ssg.

Dice il Lazzari: “ desidero ringraziare per la cortese disponibilità Augusto Placidi che ha consentito di pubblicare alcuni suoi racconti, già apparsi molti anni fa sul periodico locale di Sant’Oreste “ Soratte nostro” e Luigi Cimarra che arricchisce il mio divertissement con un glossario da lui curato frutto delle sue giovanili ricerche nel paese, e che ha fornito preziosi suggerimenti con la sua perizia di studioso dei dialetti e del Folklore”.

Capitolo 2 : “ La caratteristica più importante del nome è la prevalenza della desinenza –u nel maschile singolare, al posto dell’italiano –o. Nel santorestese non si verifica la distinzione di desinenza tra il nome astratto e quello concreto, diversamente da quanto avviene nei dialetti della Sabina e della vicina Fiano.

Capitolo 3:” Nel dialetto santorestese non ci sono forme specifiche dell’aggettivo qualificativo diverse rispetto all’italiano, per quanto riguarda la classe, il numero, l’accordo, la posizione, se non come per il nome, la prevalenza della desinenza finale in –u.”

Antologia di racconti in dialetto.1). Pasqua .. Pasquetta… e Pasqettina.!!!!

U Ggjuvedì ssantu si facevano ‘e visite ai seporcri, vedevi ‘e famigghje ‘ntere zitte zitte a gghj ca e là co’ ‘a capoccia ‘bbassata cumo pe’ penitenza, senza guardassi unu co’ un atru. Mo invece, si va listessu a ‘ffa ‘e visite, ma cantanno cumo li pare, ‘a capoccia ritta cumo i cirijoni pe’ vvedè se ssi vee quacheccjavarra pe’ pportassela doppu là ppe’ ‘ a Cappella. E u Venerdì ssantu ? Cumo fai a scordattulu! L’agonia…sunne a l’acchjesa vedevi ‘mmannitu, sopra l’altare maggjore co’ ttante frasche i ‘auru, u carvarju: messu Ggesù Cristo co’ di cca’ e di lla’ i bbollatroni e ssotttu un branchettu i ggjuvinotti vistiti da farisei, che pareva veru quello che steveno a ffa. Quanno moriva Ggesù Cristo, tremava ‘a terra; i troni e i lampi si facevano co’ u tambulone e i piatti da banna, pareva che ssi spallava tuttu. Senza ghj ‘a sera ‘a precissjone, u paese era pjeno i frustjeri pe’ vvede’ a precissjone i Cristo mortu sopre la bbara, ‘a Madonna che ppjagne, u cirineu che cco’ ‘a catena ‘ttaccata ghjo’ nmei pjeti e un troncu da croce sopre ‘e spalle, pareva che gghiva appete ‘a bbanna che ssonava ‘a marcja funebre. Ti venivano i criccjori da pella arepenzà quellu che ha tribulatu, tantu’a mate quantu u figghju.

2) Natale d’una vota.

? A sera da viggilija da Befana ‘mati ci mannavano a dorme presto, ma cchi ghjela faceva a dormì? Stiamo solu a ‘ppenza e arepenzà, a qquellu che ci-averissimo trovatu ‘a matina drento ‘a carzetta. E’ ‘ntantu corghi llì u lettu, sentiamo’a pastorella che ppassava:” Magna pupala e mmagnarella/ se mmi dai ‘na sarciccella,/ ci ‘a cocemo in compagnia Viva Pasqua Bbefania.

Appena sbbigghj’a matina, ghjamo subbitu de corza llà u camminu a scaugghjà drento ‘a carzetta: ma ci troviamo sempre qualche carozzu, um portugallu, do’ moscjarelle e qualche caramella. Quanno ghjva bbè, o, cumo dicevono ‘e mati, quanno erjamo stati bboni. Quanno invece, erjamo stati tristi, ci troviamo cennere e carbone. Ma che ttristi: possibbile che i figghj di poretti erano stati sempre tristi e i figghj di signori sempre bboni? Aterano i sordacci che nun ci stevano! Mo ccerte cose mancu ce l’arcorderemo ppjù ed i monelli i mo, se l’arecconti, nun ci credono. E invece atera cusì. Ma ci divertiamo uguale, po-darzi che ppure di ppijù che i monelli di mo. Bbelli tempi quelli belli tempi! Pure se eravamo poretti e nun c-jamo gnente. Addio vecchju natale, vecchia Befana d’una vota !!


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